Dalla Selvaggina alla Tavola

Marinature: Cosa Fanno Davvero e Cosa No

È una delle pratiche più radicate nella tradizione della selvaggina e una di quelle su cui la convinzione popolare si discosta di più da quello che succede realmente.

Cosa si crede che facciano

  1. Intenerire la carne in profondità.
  2. Eliminare o correggere il sapore “di selvatico”.
  3. Insaporire tutto il pezzo.
  4. Migliorare una carne mal gestita.

Delle quattro, nessuna corrisponde del tutto alla realtà.

La penetrazione è superficiale

È il punto tecnico decisivo. I liquidi e le sostanze aromatiche penetrano nella carne di pochi millimetri, e il tempo aggiuntivo aumenta poco quella profondità. Ventiquattro ore non arrivano molto più in là di due.

Il centro di un pezzo di una certa dimensione, in pratica, resta come era. Quello che si ottiene è un guscio aromatizzato attorno a carne non marinata.

Gli acidi non inteneriscono in profondità

Vino, aceto e succhi acidi agiscono sulle proteine di superficie, e lo fanno in un modo che spesso non è desiderabile: una permanenza prolungata rende lo strato esterno farinoso e slegato, non tenero.

Sul tessuto connettivo che rende duri i tagli da lavoro non hanno effetto apprezzabile: quello si scioglie solo con calore e tempo.

Il sapore “di selvatico”

È in gran parte un’eredità di gestioni scorrette. Un capo raffreddato in fretta, eviscerato per tempo e frollato bene ha un sapore pronunciato ma pulito, che non richiede correzioni.

Quando c’è un sapore sgradevole, la causa sta a monte — stress, ritardo nella lavorazione, contaminazione, raffreddamento lento — e la marinatura non lo elimina: lo copre parzialmente. La carne resta quella che è.

Cosa fanno bene

  • Aromatizzano la superficie, ed è un contributo reale al piatto finito.
  • Contribuiscono alla doratura, se contengono zuccheri.
  • Trattengono un po’ di umidità nelle preparazioni con componente salina.
  • Costruiscono un fondo, perché il liquido di marinatura, opportunamente gestito, diventa base di salsa.

L’origine storica

Vale la pena ricordarla perché spiega tutto. Prima della catena del freddo, la carne arrivava in cucina in condizioni che oggi giudicheremmo inaccettabili. La marinatura lunga con abbondanti aromi serviva a rendere commestibile qualcosa che non lo era del tutto.

Era una tecnica di necessità, e ha lasciato in eredità la convinzione che la selvaggina “vada marinata” per definizione. Con una gestione corretta quella necessità non esiste più.

Come usarle bene

  1. Tempi brevi, perché oltre un certo punto non si guadagna nulla e si peggiora la superficie.
  2. Su pezzi non troppo grandi, dove il rapporto tra superficie e volume rende l’operazione sensata.
  3. Con acidità moderata, evitando concentrazioni aggressive.
  4. Asciugando bene prima di cuocere, altrimenti la superficie non rosola.
  5. Recuperando il liquido per il fondo, filtrandolo e riducendolo.
  6. Sempre in frigorifero, mai a temperatura ambiente.

L’alternativa spesso migliore

Una salamoia leggera o una salatura anticipata agiscono più in profondità di una marinatura acida e migliorano la ritenzione di umidità in cottura, che sulla selvaggina è esattamente il problema da risolvere.

Detto in modo diretto: se la carne è buona, la marinatura è una scelta di gusto. Se non lo è, il problema si è creato molto prima e va risolto lì.

Il contenitore e il contatto

Due dettagli pratici che incidono più di quanto sembri. Il contenitore deve essere di materiale inerte — vetro, ceramica, acciaio, plastica per alimenti — perché i metalli reattivi a contatto con componenti acidi possono cedere sapori sgradevoli.

Il contatto deve essere uniforme: un pezzo immerso a metà si aromatizza in modo disomogeneo. Meglio un contenitore stretto, o un sacchetto sottovuoto, che richiede molto meno liquido e garantisce un contatto completo.

Riutilizzare il liquido

Il liquido di marinatura è stato a contatto con carne cruda, quindi non si usa così com’è. Se lo si vuole recuperare per la salsa va filtrato e portato a bollore, cosa che peraltro migliora anche il risultato perché elimina le note più aggressive e concentra.

È un passaggio semplice che trasforma quello che sarebbe uno scarto in una base di fondo, ed è la parte della marinatura che rende di più.

Questo approfondimento fa parte della guida completa dalla selvaggina alla tavola, dove trovi il quadro completo dell’argomento.

La lavorazione di un capo richiede lame diverse per operazioni diverse, e un filo che tenga fino alla fine del lavoro. Li trovi nella sezione coltelli da caccia del catalogo de Il Bramito, e si possono vedere di persona in negozio a Pergine Valsugana.

Lascia un commento